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NUN ME POSSO MOVE
Commedia di
Massimiliano Pazzaglia
Con (in ordine di apparizione):
Massimiliano Pazzaglia
Amedeo D'Amico
Fabio Farronato
Armando Puccio
Lucilla Diaz
e con la partecipazione di Luciana Frazzetto
Regia: Massimiliano Pazzaglia
Il traffico di Roma: un flusso di macchine e di umori della gente; il respiro di una città.
Due pizzardoni. Accerchiati da un milionenovecentocinquantamila automobili.
E poi, un uomo del nord con un forte senso civico.
Un posto auto riservato ai diversamente abili, occupato da qualcuno senza averne diritto.
Scintilla di un dialogo surreale (ma poi non tanto) fra due mondi: quello del "vivi e lascia vivere"
e quello del "non si può girare la testa dall'altra parte".
A complicare le cose una bella ragazza brasiliana, che non solo fa fermare il traffico ma pure chi lo dirige. Salvo poi incrociare le unghie con una vigilessa “con gli attributi”, per niente disposta a far turbare l’ordine pubblico (e anche quello privato).
E tutt’intorno, Roma e le sue strade, le stesse di duemila anni fa, quand'erano percorse a piedi dalle milizie romane. Percorse oggi, dai nuovi legionari del volante, in un periodo in cui se non hai almeno due macchine non sei nessuno.
Questo spettacolo ha vinto il “Premio del pubblico” alla quinta edizione del Festival
“Corto e brillante” di Palombara Sabina, tenutosi nell’ottobre 2008.
TEATRO 7
via Benevento 23 Roma - tel. 06.44236382 www.teatro7.it
dal 2 al 14 febbraio 2010
Tutte le sere ore 21, domenica ore 18. Biglietti: intero €19,00 ridotto €14,00
NOTE DELL’AUTORE
Ho cominciato a scrivere Nun me posso move partendo da un episodio al quale avevo assistito personalmente: un signore aveva parcheggiato la sua auto in un posto riservato ai diversamente abili senza averne diritto.
E’ vero che a Roma la mancanza cronica di parcheggi spinge a lasciare l’auto nei posti più impensati e in qualsiasi spazio uno possa trovare, ma l’ingiustizia di non permettere a un disabile di usufruire di un posto a lui assegnato mi indignava.
Intorno a questo episodio ho cominciato a costruire tutta la storia, creando i personaggi dei due vigili di guardia ad un varco della Z.T.L. come fossero in un avamposto militare in attesa dell’arrivo di un esercito invasore (soldati inferociti, disposti a tutto pur di poter entrare nel centro della città, bardati di lamiera e pneumatici).
E di fronte a loro scorre non solo un viavai continuo di auto, ma anche un modo di vivere al volante (un automobilista romano trascorre in media 21 giorni l’anno bloccato nel traffico).
Mentre scrivevo e la storia andava prendendo corpo, mi capitavano sempre più spesso sott’occhio, leggendo il giornale, notizie di cronaca riguardanti il traffico, la circolazione, la viabilità, i vigili, gli automobilisti e diventava irresistibile l’impulso di inserire queste notizie nella mia storia, aggiornandola di continuo.
Ma poi, forse nel desiderio di ammorbidire fatti e notizie reali che spesso tutto ispirano fuorché una risata, ho sentito il bisogno di dare un’angolazione ironica alla vicenda, e di rendere tutto, i vigili, gli altri personaggi e la scena stessa decisamente surreale.
Ma parallelamente a quello che succede sulla strada vediamo anche quello che succede nell’animo dei personaggi della commedia: il vigile Fra’, dal commovente “senso del dovere”, per il quale la strada è l’unico luogo dove non sentirsi solo dopo una scottatura sentimentale; il vigile Spa’, di modi spicci e robusti appetiti carnali; un turista del nord dotato di un accesissimo senso civico; un romano verace, troppo interessato alla sua auto e alla sua squadra. Una bella ragazza brasiliana, divisa fra studi universitari, sfilate di moda e danze carioca, ma con una malinconia di fondo ed infine una vigilessa “con gli attributi”, la quale riserverà nel corso della storia molte sorprese.
Nun me posso move è una commedia brillante, che veicola (un linguaggio automobilistico è d’obbligo) anche dei contenuti più seri, sebbene serviti sempre con un sorriso. Il mio auspicio è che si possa uscire dal teatro di buonumore ma anche un po’ più consapevoli nei confronti di alcuni nostri comportamenti che meriterebbero, a volte, un colpo di fischietto.
Massimiliano Pazzaglia
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OTTAVIA PICCOLO
in
La Commedia di CANDIDO
ovvero avventura teatrale di una gran donna,
tre grandi e un grande libro (con tutto lo scompiglio che seguì)
di Stefano Massini
con VITTORIO VIVIANI
regia di
SERGIO FANTONI
Immaginatevi una donna formidabile. Il suo nome è Augustine. Questa donna è un terremoto di invenzioni, uno scrigno di trovate: ogni momento ne tira fuori una. Forse perché un tempo faceva l’attrice, sui palcoscenici più malfamati del 1700 parigino.
Ora, immaginatevi che questo portento di donna finisca dentro una storia mille volte più grande di lei. Più precisamente: immaginatevi che finisca in un triangolo impazzito fra tre signori di mezza età non proprio sconosciuti, di nome Denis Diderot, Jean Jacques Rousseau e lo splendido Voltaire.
Perché il caso vuole che l’ultimo di questi tre stesse terrorizzando il mondo dalla sua villa di Ginevra. Questa non è un’invenzione: risponde al vero. Voltaire minacciava infatti di dare alle stampe un certo libretto satirico – piuttosto cattivo – in cui in un colpo solo avrebbe messo alla berlina tutti i potenti del suo tempo, tutti i valori, tutti i suoi colleghi. Insomma: tutto quanto. Questo simpatico libretto si sarebbe chiamato “Candido”.
Immaginatevi un caos senza precedenti. Diderot teme per la propria Enciclopedia. Rousseau ha i brividi perché sa che Voltaire lo odia da sempre. I sovrani di mezza Europa tremano all’idea di essere svergognati. I gesuiti si preparano alla censura immediata. Ed ognuno di loro si precipita alla controffensiva: ciascuno per sé e Dio per tutti. Ma comunque tutti contro Voltaire. E tutti contro il “Candido”. La nostra Augustine si trova impelagata in questo turbinio. Le toccherà un’avventura rocambolesca – sempre sul filo del rasoio – fra le fisime di Diderot, le sontuose colazioni di Voltaire e il tinello fatiscente di Rousseau. Un vortice di travestimenti. Una carambola di finzioni. Un gioco di teatro nel teatro che si moltiplica all’infinito. Immaginatevi infine uno spettacolo colorato. Coloratissimo. Un susseguirsi di scene incalzanti dove si rincorrono – fioretti e sciabole - duelli di battute spietate, senza un attimo di tregua. Ma in questa favola-avventura di pieno Settecento fra filosofi e parrucche c’è molto che ci riguarda da vicino: dalla libertà di pensiero al riscatto femminile, dalla lotta contro le guerre ingiuste fino all’integralismo religioso. D’altra parte sono questi i temi del “Candido”. E chi non è d’accordo, se la prenda con Voltaire.
Insomma: immaginate uno spettacolo divertente su temi molto seri. Una commedia dove grandi domande sono travestite da sberleffi. Perché “non c’è miglior modo di pensare che farlo ridendo”: anche questa frase la scrisse il signor Voltaire.
Sergio Fantoni e Stefano Massini
Nota dell’autore
1759-2009: nella prossima ricorrenza di 250 anni dalla scrittura del “Candido”, ho scritto un testo che è un ironico, graffiante, imprevedibile omaggio alla più grande invenzione di Voltaire. Chi si aspetta di trovare una celebrazione del testo originale resterà deluso. Mi sono infatti divertito a ritrarre in forma teatrale la faccia più scanzonata e irriverente dell’Età dei Lumi. Intorno alle pagine del “Candido” ruota quindi una macchina teatrale rocambolesca, una vera e propria avventura mascalzona che al tempo stesso immortala e deride la stagione dell’Illuminismo. I fatti sono veri: basta leggere “Visita a Rousseau e Voltaire” di James Boswell per darmi atto che ho inventato fino a un certo punto. Immaginate che in un’Europa innamorata di Voltaire inizi a girar voce di un nuovo pericolosissimo libretto dove il grande filosofo metterebbe alla berlina colleghi, Stati, Chiesa, Eserciti. Trapela che il libretto si intitolerà “Candido”: di certo si sa solo questo. Nei salotti non si sparla d’altro, nei circoli letterari c’è attesa e i pensatori di ogni dove tremano all’idea che Voltaire li svergogni. Ma anche le segreterie di Stato, le Ambasciate e il Clero si mobilitano terrorizzati da quel che potrà scatenare la penna del pensatore di Ginevra. E’ in questo clima spionistico che ho collocato il mio testo, tutto giocato su un libro che dette scandalo ancor prima di essere pubblicato (sotto falso nome). Insomma: il “Candido” nacque come un libro scomodo. Pruriginoso. E forse è per questo che lo trovo irresistibilmente simpatico.
“Candido” fu pubblicato nel febbraio 1759. Fu immediatamente condannato da molti Stati europei e proibito da ordini ecclesiastici e dal Consiglio di Ginevra. Messo all’indice come libro pericoloso. Il 2 marzo 1759 ne fu ordinata l’immediata distruzione. Questo in realtà ne moltiplicò a dismisura il successo, tanto che arrivò a contare 13 edizioni nel solo anno 1759, consacrandosi come uno dei principali trionfi editoriali europei dal tempo dell’invenzione della stampa.
Voltaire per proteggersi dalle accuse non ne riconobbe a lungo la paternità, diffondendolo come “manoscritto del dottor Ralph tedesco”. Il suo avversario Jean-Jacques Rousseau si vantò per circa un decennio di non aver mai letto il libro né di avere intenzione di farlo. In realtà, da alcune lettere e rimandi, sappiamo che lo aveva letto e con attenzione. Oggi “Candido” è considerato uno dei capolavori più moderni dell’intera età dei Lumi, e al tempo stesso una caricatura di acutissima cattiveria su tutto il mondo sociale, politico e culturale del 1700.
TEATRO MANZONI, Roma
prima - martedì 26 gennaio
repliche fino al 21 febbraio |