MAFIA: SEQUESTRATI BENI PER OLTRE UN MLN A DUE IMPRENDITORI

Posted on 21 giugno 2011 by redazione

Beni per un valore complessivo di oltre un milione e 100mila euro sono stati sequestrati dalla Direzione investigativa antimafia. Il provvedimento ha interessato il patrimonio di due imprenditori, già in carcere dopo essere stati arrestati nel corso dell’operazione «Scacco Matto», che ha decapitato l’organizzazione criminale operante nel trapanese e nell’agrigentino. I due, Gino Guzzo, 52 enne di Montevago (Agrigento) e Francesco Fontana, 74 enne di Partanna (Trapani), sono ritenuti dagli investigatori «pienamente inseriti nell’organizzazione criminale». In primo grado sono stati condannati, rispettivamente, a 21 anni e a 12 anni di reclusione, per associazione per delinquere di stampo mafioso. I provvedimenti di sequestro sono stati emessi dal Tribunale di Agrigento, su proposta della Dda di Palermo. Il sequestro ha interessato un vasto fabbricato per abitazione, un modernissimo oleificio, terreni, conti correnti bancari e libretti di deposito.

Gino Guzzo, che negli anni ’80 ha ricoperto la carica di consigliere comunale del comune di Montevago (Agrigento), è stato arrestato, su richiesta della Dda di Palermo, il 28 ottobre del 1993, insieme ad altre 23 persone, nell’ambito dell’operazione ‘Avanà, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Il 16 luglio del 1996 è stato condannato dal Tribunale di Sciacca ad otto anni di reclusione, pena confermata in appello. Nel processo ‘Avanà è emerso, infatti, che era il braccio destro del capo-mandamento di Montevago, Francesco La Rocca, che aveva avuto rapporti influenti anche con boss di spessore agrigentini e trapanesi, che aveva partecipato insieme a Accursio Dimino (personaggio di spessore nel sodalizio mafioso del comprensorio saccense) all’organizzazione di un piano per uccidere alcune guardie penitenziarie. Il Tribunale di Agrigento, con decreto emesso nel gennaio 1995, a conferma della pericolosità sociale di Guzzo, ha imposto la Sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno nel comune di residenza per 3 anni. Nel luglio del 2008 è arrivato l’arresto nell’ambito dell’operazione ‘Scacco Mattò, che ha sgominato un’associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata ad acquisire la gestione di attività economiche ed appalti di opere pubbliche nel settore edile e turistico-alberghiero, il controllo della fornitura di calcestruzzo, automezzi e manodopera specializzata. L’inchiesta colpì le famiglie mafiose agrigentine di Sciacca, Menfi, Santa Margherita Belice, Montevago, Sambuca di Sicilia, Burgio, Lucca Sicula, Villafranca Sicula e del mandamento di Ribera.

Il gup di Palermo, nel febbraio 2010, nell’ambito del processo celebrato con il rito abbreviato, ha condannato Guzzo a 21 anni e 2 mesi. Per gli investigatori era il capo mandamento del Belice, aveva organizzato l’attività di estorsione delle imprese ed aveva avuto contatti con il latitante agrigentino, capo provincia, Giuseppe Falsone. A confermarlo ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia agrigentini. A lui la Direzione investigativa antimafia ha sequestrato beni per un valore complessivo di oltre 100 mila euro. Anche Francesco Fontana è stato arrestato nell’ambito dell’operazione Scacco Matto, coordinata dalla Dda di Palermo. In primo grado lo scorso febbraio il Tribunale di Sciacca lo ha condannato a 12 anni e 6 mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e tentata estorsione aggravata. Le indagini, che hanno portato al sequestro, tra l’altro di un modernissimo oleificio, hanno permesso di accertare la sproporzione tra gli esigui redditi dichiarati da Fontana e i beni a lui riconducibili.

Il gip nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere del luglio del 2008 lo definisce un «elemento di notevole capacità delinquenziale, stabilmente inserito unitamente ad altri soggetti all’interno dell’organizzazione criminale di stampo mafioso denominata cosa nostra». In particolare Fontana gestiva «attività economiche e lavori in subappalto ed attività imprenditoriale per conto e nell’interesse degli esponenti di vertice dell’associazione mafiosa, assicurandosi il controllo monopolistico del mercato del calcestruzzo e delle attività di movimento terra, ed imponendo, attraverso il metodo mafioso, tale controllo sugli altri operatori economici». Dalle indagini è emerso che Fontana ha costretto il titolare dell’impresa che stava realizzando, a Montevago, le opere di urbanizzazione primaria del piano di ricostruzione ex area baraccopoli a versare il 3% dell’importo totale dei lavori.

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