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Oltre l’esclusione sociale
Responsabilità come Libertà
diario di un ex-detenuto
presentazione mercoledì 24 marzo ore 16,00
Auditorium Ara Pacis
lungotevere in Augusta (ingresso via di Ripetta) - Roma

 

ics
Nell’Anno Europeo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, viene presentato, come argomento di dibattito, il diario di un ex-detenuto: scrivere un diario personale è ancora oggi una forma di espressione attuale? Serve a chi lo scrive per sentirsi meno solo, meno emarginato? In una situazione difficile come quella della detenzione carceraria può aprire uno spiraglio all’interno della propria anima e all’esterno verso il mondo?
Leggendo le parole scritte da Emanuele Palmieri, si rafforza l’opinione di quanti, oggi come ieri, affermano che scrivere i propri pensieri aiuta a capire cosa non ha funzionato in passato e come cercare di trovare soluzioni alla situazione presente. Come per Emanuele, anche per chi si occupa di tematiche connesse alla condizione carceraria oppure se ne interessa saltuariamente, questa pubblicazione fornisce elementi di riflessione e approfondimento. Soprattutto perché dimostra come un diario, pur in una stretta cella, pur tra sentimenti contrastanti, diventa strumento di evasione, anelito alla libertà, desiderio di vivere ancora, di coltivare degli interessi, raggiungere degli obiettivi. E per Emanuele, uno degli interessi primari è il mondo dell’editoria, dei libri: inizia a lavorare presso un editore, e mentre sistema il magazzino pieno di libri, mentre accompagna l’editore alle presentazioni dove si occupa di lavori manuali, la sua mente, così come “volava” mentre scriveva in carcere, ora pensa a come rendere il suo diario pubblicabile in quanto la sua istruzione, per vari motivi non è sufficiente e poi non ne ha i mezzi.
Questo desiderio è ora diventato realtà ed i promotori saranno tutti presenti: dall’Assessore alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma Umberto Croppi, a Giuliano Compagno, sempre dell’Assessorato, che coordinerà gli interventi, a Francesco Antonelli, presidente delle Biblioteche di Roma che ha contribuito alla pubblicazione del libro; dal presidente della Fondazione Cardinale Cusano onlus, Mons. Giangiulio Radivo giornalista alla Radio Vaticana, alla presidente dell’Associazione ICS International Communication Society, la giornalista Augusta Busico; dal Magistrato Stefano Amore, v. Presidente di Magistratura Indipendente, alla pittrice Giovanna Dejua che ha realizzato la copertina del libro.


 

BENITO LI VIGNI: Le verità negate
 

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Nicola Cosentino

Giornalista, storico, docente di geopolitica e membro della Commissione nazionale energia, il palermitano Benito Li Vigni ha lavorato per il gruppo Eni a fianco di Enrico Mattei, ed è un prolifico saggista e narratore. Omicidi eccellenti (1995), La grande sfida (1996), Il caso Mattei (2003), Le guerre del petrolio (2004), In nome del petrolio (2006) sono solo alcuni titoli delle sue opere. Oggi presenta il suo ultimo libro, Le verità negate, pubblicato da Romalive nel maggio di quest'anno, nel quale si prendono in rassegna fatti che, dal dopoguerra in poi, sono stati insabbiati o strumentalizzati, e che né i giornali né i libri di storia hanno divulgato fino in fondo.
La redazione di Romalive l'ha incontrato.
Li Vigni inizia la chiacchierata definendo l'Italia una “democrazia a responsabilità limitata”, un paese non ancora pacificato, che non è riuscito a riscattarsi dal passato. La criminalità in Italia è infatti una piaga difficile da decifrare, e per fare luce su tensioni e misteri apparentemente irrisolvibili bisognerebbe abolire una volta per tutte il segreto di stato.
Con questa ottica l'autore racconta la strage di Portella della Ginestra del '47, di cui si è ritenuto  a lungo  responsabile il bandito Salvatore Giuliano, ma che egli attribuisce al fronte anticomunista americano unitosi alla mafia. Percorrendo i temi salienti del suo libro, ci parla anche della guerra in Afghanistan e degli affari legati alla costruzione di un oleodotto e di un gasdotto finalizzati a collegare strategicamente il Caspio e il Mediterraneo. Spiega poi come i talebani fossero stati in trattativa prima con i russi e poi con gli americani, fino alle tragiche vicende dell'11 settembre 2001.
Molti elementi contraddittori, sia a livello nazionale che internazionale, emergono da un attento sguardo sulla realtà. Essi rivelano problemi complessi che non si possono risolvere con le armi, ma solo con un apporto pacifico e costruttivo. Alla luce di questo Li Vigni afferma che attaccare l'Afghanistan per sgominare i talebani è paradossalmente come bombardare Palermo per combattere la mafia.
Nelle pagine del suo libro viene svelato anche il delitto Matteotti, organizzato, secondo lui, dai fascisti quando il politico socialista si impossessò di scottanti documenti che provavano la corruzione di Mussolini nell’affare Sinclair, potente compagnia petrolifera americana che voleva ottenere concessioni in Abruzzo e in Sicilia.
Li Vigni, consapevole dell'urgenza del problema ecologico, sottolinea la difficoltà e la necessità di far approvare un piano energia nazionale. Per arrivare a una svolta è necessario uscire dalla logica del petrolio, che oltre avere una vita limitata, inquina. Il sole è oggi l'unica strada da seguire. Il fotovoltaico, il solare termico e le altre energie rinnovabili, dalle biomasse all’energia eolica, dall’idroelettrico a uno studio serio sull’idrogeno, vanno incentivati e indirizzati a creare nuovi posti di lavoro.  Non mancano i commenti sul nucleare: no alle centrali di terza generazione che il nostro governo promuove e che gli americani non costruiscono più dal 1976; sì alla ricerca su quelle di quarta generazione, al torio, di cui il premio nobel Carlo Rubbia si sta occupando in Svizzera.

Benito Li Vigni

E' fondamentale, inoltre, un modello di sviluppo che consideri anche l’importanza del risparmio energetico, a livello domestico, produttivo e di mobilità, che sia sensibile ai cambiamenti climatici, ma soprattutto che sia volto a elaborare una nuova architettura finanziaria mondiale. Al centro del progresso deve esserci il genere umano, non una finanza che è contro l’uomo. Il capitalismo è morto sia economicamente sia eticamente: dove ci porterà allora questa via autodistruttiva che continuiamo a seguire?
Un altro tema spinoso per Benito Li Vigni è il progetto del ponte di Messina. In un capitolo del suo libro,  intitolato “Un ponte sospeso nel nulla”, l'autore esprime il proprio scetticismo a causa della predisposizione della zona geografica a subire assestamenti tettonici che hanno prodotto, nel corso della storia, terremoti epocali. La paura dei disastri sismici da parte dei siciliani si esprime attraverso una leggenda popolare, quella di “Cola Pesce”, che lo scrittore ci racconta nel suo libro. Quel che preoccupa è anche la carenza di reti ferroviarie e di vie di comunicazione idonee in Sicilia, che renderebbe la costruzione di un ponte tra Reggio Calabria a Messina alquanto inutile.
La scarsità di collegamenti costituisce un grave limite anche per l’economia della regione: gli autotreni, infatti, impiegano troppo tempo per trasportare i prodotti agricoli, che si deteriorano nel tragitto. Per questo motivo e anche perché negli anni ‘60 e ’70 la Sicilia ha registrato la più alta concentrazione mondiale di raffinerie, sponsorizzate da lobby del nord, l'agricoltura ha subito un forte declino.
Un periodo d'oro per l'Italia e anche per il meridione, invece, sono stati gli anni '90, quando lo Stato Imprenditore ha portato frutti concreti all'economia del paese e l'Eni ha investito in modo considerevole e trasversale in Sicilia. Poi, con la privatizzazione, è iniziato il crollo.
L'autore racconta infine la propria amicizia con Leonardo Sciascia, che definisce “un grande scrittore e intellettuale con una grande visione etica e civile della storia”. Ricorda come la sua profonda coerenza lo costrinse ad abbandonare sia le fila dei Radicali sia i compromessi che talvolta la politica richiede, perché Sciascia, puntualizza fermamente Li Vigni, non era tipo da compromessi.

Non c'è dubbio che una ragion di stato priva di una base etica forte possa essere destabilizzante. Questo può rendere la storia addirittura ignominiosa. Ma lo storico ha il compito di non arrendersi mai di fronte alle verità prefabbricate.

di Giulia Spighi

 

 
     
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